Cifarelli Pietro, I racconti di Regalmonte

Cifarelli Pietro, I racconti di Regalmonte

Prodotto nr.: AD565
Paghi solo: € 5,00

La linea dell’orizzonte traccia i contorni del paese sullo sfondo della collina, nitida in una giornata invernale piena di luce.

Regalmonte: metafora di una identità geografica e umana; soprattutto un fondaco di minuscole vicende, di storie minori, ricche, tuttavia, di risonanze che mescolano i registri del dramma (Marupio..), con quelli del paradosso (Il dispetto...) o del grottesco (Tatangisc...), dai quali è difficile estraniarsi senza portarsi dentro il frammento di un paesaggio umano particolare, forse riconducibile a qualcosa come una archeologia dei sentimenti.

Fatti di un tempo in cui Regalmonte, ormai appena un nome, esistette realmente; e ora una vena di nostalgia da tenere nascosta per pudore o per opportunità, appanna lo sguardo di chi, dopo tanti anni, cerca nell’attuale scenario di insieme le coordinate che un tempo, in quella realtà, furono per lui la bussola dell’infanzia e dell’adolescenza. Erano gli anni delle estati torride, quando sembrava che l’abitato si dovesse incendiare sotto le canicole infuocate.

Osservarlo oggi dall’esterno, meglio se dalla pianura tagliata dal fiume, vorrebbe dire darsi la pena di non ritrovare più nulla di tutto ciò nello smisurato allungarsi della linea delle case, palesemente estranea a qualsiasi criterio di razionalità.

Quello che oggi appare è una sequenza caotica di muri su muri, che copre l’orizzonte sicché, se il campanile della chiesa madre non emergesse tuttora fra le case, si direbbe che l’intero centro storico del paese si sia disintegrato sotto una valanga di cemento.

Perciò chi cerca di ritrovare le proprie radici, non potrebbe resistere allo sgomento, se la fortuna non lo guidasse alla scoperta di sedimenti ancora vivi in qualche recesso non del tutto coperto dall’oblio. Tali infatti appaiono le pagine di questa raccolta che, se proprio non avessero alcun merito, almeno dovrebbe essere loro riconosciuto quello di mantenere in vita il filo della continuità fra due mondi virtualmente incomunicabili: il passato diventato irriconoscibile, e il presente per tanti aspetti impersonale e non sempre comprensibile.

Racconti che hanno il sapore gradevole, ormai perduto, della genuinità paesana, che rifugge dalle contorsioni verbali e dalle astruserie concettuali spesso costruite a copertura del vuoto e del nonsenso; trame di vicende minime, di una realtà che oggi si sarebbe portati a credere mai esistita; lineari eppure dense di calore, dalle quali nell’autore, pienamente coinvolto egli stesso da dietro le quinte, è facile fare emergere una innocenza di fondo, certamente da scoprire, ma che facilmente può recuperare chi intrattiene con lui un’antica consuetudine di amicizia fraterna.

Forse non sarebbe molto chiedere a un ipotetico operatore cinematografico di riprendere qualche squarcio della realtà in cui si muovono i personaggi di questi racconti; e non sarebbe neppure fuori luogo che, sia pure per alcuni momenti, il lettore li assumesse nelle sue simpatie. Perché non si può escludere che anche le piccole storie abbiano la dignità di fatti umani, ovvero dei tanti tasselli di cui poi si intessono le grandi storie.

Egidio Carriedo

 

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