Zanon Maurizio, L'isola del nulla

Zanon Maurizio, L'isola del nulla

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Di quanti anni devo andare indietro con la mente, per cercare di ricordare il primo incontro con il giovane e allora imberbe poeta Zanon.

Era un giovane colto, capace subito di suscitare una grande simpatia per la naturalezza dei suoi gesti, del suo eloquio.

È un poeta di grande misura, che dai classici ha imparato la grande lezione del ritmo e della composizione. Giustamente certi suoi versi sono ormai conosciuti e ci fanno spesso compagnia nei momenti di abbandono: "Il tempo nasconde i ricordi/ inesorabilmente così/ più della nebbia/ cancella le cose/ e tutta una vita".

Io che l’ho accompagnato passo passo nella vita artistica, so i suoi progressi e le sue pause. È un poeta della riflessione, della meditazione. Sa sorridere sulle miserie umane, sulla vanità della vita, sulle sue promesse che durano "l’espace d’un matin". È gioco – forza ricordare Verlaine, e certo crepuscolarismo italiano, però spesso lo supera con un balzo, con un gesto d’amore. Si decantano i sentimenti, in lui vibrano intensamente, ci scuotono. Il poeta è turbato dal passare del tempo, che tutto domina, di cui tutto è vittima.

Ma Zanon non dispera, né si dispera, egli canta come cinciallegra sui rami al cielo, alla natura, perché egli vuole comunicare e si vela il suo messaggio di tristezza, con sapienti pause e silenzi, stacchi voluti e necessari al discorso: "Come nuvola nel suo breve passaggio/gli anni nostri ecco svanire/ invecchiati siamo - solo memorie/ di un tempo passato appena resistono".

Insomma esiste, in questo mondo mercificato, chi crede ancora nell’amore e nel dialogo, mentre la nostra società corre un solipsismo onanastico delirante, corre verso il precipizio della solitudine, di trovarsi di fronte allo specchio.

Zanon ci parla, ci convince, ci scuote, grida e non è ascoltato, ride e non è capito, e tuttavia rimane savio a commiserare le debolezze umane, i ciechi odi, le violenze, la stupidità umana che è pari all’ignoranza che è purtroppo senza confini.

È poeta dell’intimità e del silenzio in un mondo "urlato", pieno di frastuoni e di interferenze. In questo è medioevale, e si può ricordare Petrarca che andava camminando per "i segreti calli", dove nessun’orma umana fosse giunta, come poi aspirava Cesare Pavese nel suo continuo amare la natura vergine.

Nel nostro mondo dei mass - media, dei consumi coatti, della mercificazione, resiste il messaggio di Maurizio Zanon che non si guarda attorno con disprezzo nella sua "turris eburnea", ma usa la sua "pietas" come un’arma terribile e cristiana, anzi umana e non di certo settaria.

Ascoltiamo dunque la voce del poeta che ci chiama ad eremi meravigliosi, ad ascoltare il più lieve fruscìo dell’erba e diamogli ragione. Vedremo così un leggero sorriso dipingersi sulle sue labbra di nobile veneziano.

Mario Stefani

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